Le origini del Raku

"RAKU" e' un termine giapponese che significa "gioire il giorno", essere in armonia con le cose e con gli uomini.
La ceramica Raku nasce per mano di Chojiro, ceramista giapponese del XVI sec., ed è legata alla produzione di ciotole per la cerimonia del tè (Cha-no-yu), che in Giappone ha un profondo significato spirituale, ed è legata alla filosofia Zen, la forma giapponese del Buddismo.
Una delle principali qualità della cerimonia del tè è lo wabi, che è l’antitesi assoluta della ricchezza e della raffinatezza, in non dipendere dalle cose terrene; costringe ad accettare il fatto che per i seguaci dello Zen c’è un’unica vita, quella terrena, e forza a focalizzarsi sulla sua transitorietà, sul ‘qui e ora’: l’atto di prendere una tazza di tè è un evento unico, che non si ripeterà mai più uguale.
E' per Sen no Rikyu, maestro dello cha-no-yu, che Chojiro iniziò ad utilizzare la tecnica che poi sarà chiamata "Raku". In origine la ceramica fatta da Chojiro era chiamata "ima yaki" (cotta adesso), in seguito prese il nome di "Juraku yaki" (ceramica Juraku, da “Jurakudai”, il nome dell’argilla che si trovava nella zona di Jurakudai). Il nome "Raku yaki" (ceramica Raku) arrivò quando il governatore Toyotomi Hideyoshi, consegnò il timbro con l'ideogramma Raku a Chojiro. Da allora in poi “Raku” è diventato anche il cognome della famiglia di ceramisti discendenti di Chojiro che da quindici generazioni porta avanti la tradizione del Raku in Giappone.
Secondo David Jones, famoso ceramista raku americano, che ha passato diversi anni in Giappone per approfondire le sue conoscenza della cultura giapponese, c’è almeno un aspetto della cerimonia del tè che dovrebbe rimanere anche nella pratica moderna e occidentalizzata di questa tecnica: è la concentrazione che viene raggiunta con la meditazione, che è essenziale nel momento della cottura in cui il pezzo viene rimosso dal forno.
Bernard Leach portò questa tecnica in occidente dopo aver vissuto e studiato alcuni anni in Giappone; ne scrisse per la prima volta nel suo libro ‘A potter’s book’ nel 1940. Verso gli anni Settanta la tecnica si diffuse in America, subendo però profonde trasformazioni. Uno dei primi ad aggiungere la fumigazione dei pezzi dopo l’estrazione dal forno, cosa che non era prevista dalla tecnica giapponese, fu Paul Soldner.
La tecnica odierna prevede che una volta modellato il pezzo venga sottoposto ad una prima cottura. Sul biscotto viene applicato il rivestimento ed il pezzo viene portato in temperatura finchè smalti o cristalline si fondono. In seguito i manufatti vengono estratti ancora incandescenti e adagiati in un recipiente che contiene materiale infiammabile e ricco di carbonio, che innesca un'immediata combustione.
Il rivestimento del pezzo risente del forte sbalzo termico, e comincia a formare caratteristiche crepe sulla superficie (craquelè).
A questo punto si chiude ermeticamente il recipiente, generando così all'interno un'atmosfera riducente: il fumo creatosi andrà a ricoprire il manufatto interagendo con gli elementi chimici del rivestimento e dell'impasto ceramico. E' proprio da questa interazione che scaturiscono gli effetti ed i lustri metallici tipici del Raku.
Il ceramista interviene di volta in volta modificando la composizione chimica dei rivestimenti, i tempi di cottura e di riduzione, il momento in cui il processo di riduzione viene interrotto con l'immersione in acqua fredda, ecc. ottenendo così risultati sempre nuovi.
La particolarità di questa tecnica consente ad ogni pezzo realizzato di essere unico nella forma e nei colori e quindi irripetibile.